Mer 03 Dic 2008

La Psicoterapia della Gestalt: la relazione d’aiuto nell’ottica fenomenologico-esistenziale.

La psicoterapia della Gestalt ha come obiettivo fondante la realizzazione del benessere dell’individuo e secondo F. Perls, che ne è il fondatore, il benessere della persona deriva dallo sviluppo delle sue potenzialità e risorse. Implicito in questa affermazione è la convinzione che ogni essere umano ha il diritto di essere ciò che è.

Agire terapeuticamente all’interno di questa visione implica la possibilità di prendere in considerazione un incremento dei  gradi di libertà e il rispetto della complessità e dell’originalità della persona. L’approccio fenomenologico-esistenziale porta a considerare nell'agire terapeutico un maggior numero di scelte, sulla base della consapevolezza della soggettività e delle diverse concezioni del mondo. Tale consapevolezza presuppone il rispetto, l’interesse e la tutela anche verso concezioni diverse dalle proprie.

E’ per questo che nella pratica della psicoterapia della Gestalt mancano dei criteri rigidi di riferimento di “normalità”, “sanità” o “verità”.

La psicoterapia della Gestalt si fonda sul concetto fenomenologico di “epochè”, ovvero sulla sospensione del giudizio: “Non spetta al terapeuta formulare giudizi di valore sui bisogni esistenziali dei pazienti. Non è compito del terapeuta ridurre tutti i suoi pazienti all’uniformità, costringerli tutti ad abbracciare lo stesso insieme di bisogni esistenziali (…). Il suo compito è favorire lo sviluppo così che ciascun paziente sia in grado di scoprire le mete personalmente più significative e lavorare in modo maturo per il loro raggiungimento”. (Perls, 1973)

L’organismo conosce perfettamente i propri bisogni. La terapia può aiutare le persone a rimuovere quei meccanismi che impediscono una chiara identificazione dei propri bisogni attraverso l’evitamento del contatto con le proprie sensazioni ed emozioni e, una volta individuati, può aiutare a trovare le modalità più appropriate per la persona, per il loro raggiungimento, mobilitando le risorse interne e utilizzando adeguatamente quelle offerte dall’ambiente (autoregolazione organismica).

Si tratta, in definitiva, di consapevolezza e di responsabilità: quando siamo in contatto con il mondo ed emerge un bisogno, qualcosa accade. Tuttavia, attraverso i meccanismi di interruzione del contatto “il paziente si sottrae alla responsabilità del proprio comportamento: (…) la responsabilità è in realtà la capacità di rispondere, la capacità di scegliere  le proprie reazioni” (Perls, 1987). E, attraverso questo venir meno della responsabilità, vengono meno anche dei gradi di libertà e di scelta.

Il fondamento imprescindibile dell’intervento in terapia della Gestalt è il rapporto di pariteticità che caratterizza la relazione terapeuta- paziente: è la relazione in quanto tale. Buber (1984) propone un modello dialogico di relazione che contempla la modalità “esistenziale” (di essere al mondo) io-tu, contrapposta alla modalità io-lui.

Come Merleau-Ponty sottolinea nel capitolo della Fenomenologia della percezione intitolato “L’altro e il mondo umano”, la relazione con l’altro è incomprensibile se la si pensa come il ‘faccia a faccia’ di un soggetto, concepito come pura coscienza, con un oggetto, posto di fronte a lui e dispiegato davanti al suo sguardo senza segreti. “L’esistenza dell’altro”, scrive il filosofo, “costituisce una difficoltà e uno scandalo per il pensiero oggettivo”.  

Affinché l’altro sia comprensibile, bisogna prendere finalmente sul serio la realtà del legame, che abbiamo vissuto durante l’infanzia, nella forma di una “tranquilla coesistenza” con gli altri. Ancora Merleau-Ponty sostiene, in una nota di lavoro de Il visibile e l’invisible: “In realtà né io né l’altro siamo dati come positivi, come soggettività positive. Si tratta di due antri, di due aperture, di due scene in cui accadrà qualcosa, – e che appartengono entrambi allo stesso mondo, alla scena dell’Essere”.

Relativamente alla relazione d’aiuto, il modello medico da sempre propone una visione positivistica della conoscenza, riferendosi ad un modello di relazione del tipo soggetto-oggetto, io-lui, dove c’è un soggetto conoscente, il medico, e un oggetto conosciuto, la malattia - il sintomo – il paziente. Il medico osserva e veicola il suo agire per scoprire la verità dell’oggetto osservato.

Nella relazione io-tu, la conoscenza oggettiva lascia il posto ad una visione soggettiva: due individui diversi (un professionista e un cliente) stabiliscono un contatto dialogico ed è questa modalità di relazione che diventa fondamentale: entrambi sono immersi nella relazione e una modificazione impatta su ambedue.

La terapia non è un processo di disvelamento, da parte del terapeuta che sa, al paziente che non sa: essa è un percorso comune e co-costruito, in cui i due soggetti interagendo, danzando insieme, si cambiano reciprocamente.

Il terapeuta, che è competente nella tecnica, si pone in maniera trasparente di fronte al cliente, competente nei propri bisogni, permettendogli di essere ciò che è, confidando che lui lo faccia proprio perché il terapeuta per primo si permette di mostrarsi per quello che è e non per il ruolo che riveste.

Laura Vaccaro