Lun 15 Dic 2008

La Politica della Bellezza. Luoghi, turbogas e dintorni…

 

Ad Aprilia vogliono costruire una centrale turbogas. Non conosco bene il significato di queste due ultime parole, ma mi sono un po’ informata in giro e non mi sembra sia una di quelle cose che faccia troppo bene alla salute. Non mi sto riferendo alla salute fisica, o almeno non solo a quella, non mi sto riferendo al fatto che le polveri sottili emesse si depositano nei nostri polmoni, viaggiano nel nostro sangue, si infilano nelle nostre cellule e producono cose molto strane, che intristiscono molto, e fanno anche morire a volte, come i tumori, le malattie autoimmuni o cose di questo genere. No, non intendo parlare di medicina, di statistiche, di ingegneria, o di…politica, anche e soprattutto perché non ne avrei la competenza. Intendo però affermare, che così, a naso, una cosa che si chiama “centrale turbogas”, secondo me, non fa bene alla nostra salute, perché non fa bene alla nostra anima.

Certo, ora verrò tacciata dai più di romanticismo, oltre che di faciloneria. Perché appena si parla di “anima”, o di “bellezza”, o di “arte”, o di “affetti”, subito quelli che si occupano di “cose serie”, le cose che veramente contano nella vita, come sono le centrali turbogas e tutti i danari che vi ruotano intorno, cominciano a storcere i nasi, a sorridere con ghigno sotto i baffi, a sbuffare…cose da ragazzini! Eppure, solo di questo io posso e voglio umilmente parlare.

Sono una cittadina di Aprilia e di professione uso la “parola” e ed il “sentire” per ridisegnare il benessere della persona che, a causa delle sue vicende di vita, non si raccapezza, non trova più il senso… Il mio è il mestiere dell’artigiano, è come lo chiama James Hillmann il “fare anima”. Allora, vorrei dare il mio piccolo contributo, che deriva dalle mie riflessioni e ancor più dalle riflessioni tratte dai libri e dagli autori di cui mi nutro.

Uno dei temi più noti e cari alla psicologia attuale è il tema dell’Attaccamento e della Separazione. Secondo le più recenti ricerche, a seconda di come viviamo, subiamo o gestiamo questi due vissuti nella nostra infanzia, al cospetto delle nostre figure di accudimento, si gioca in qualche modo la partita della nostra vita, in termini di maggiore o minore soddisfazione, di maggiore o minore nevrosi. Ora questa visione complessa, che così biecamente ho riassunto in poche succinte righe, si può allargare come uno zoom ed applicarla all’ambiente nel quale nasciamo, cresciamo e che abitiamo, in una dialettica continua che danza tra l’Appartenenza e la Separazione.

Sempre partiamo da un luogo e vi ritorniamo per appartenervi, anche solo con la fantasia. Dice Elena Lotta, psicoanalista junghiana, nel suo bellissimo libro “Su anima e terra – Il valore psichico dei luoghi”: “(…) il luogo da cui originariamente si proviene, dal punto di vista geografico e sociale, ha un valore fondante per la psicologia dell’individuo e una forza che lo accompagna, anche inconsciamente per il resto della vita.” (pg. 61). Il luogo in cui viviamo, gli spazi che abitiamo, hanno dunque un’importanza fondante nella costruzione del nostro benessere, tanto quanto la famiglia che ci è capitata in sorte.

Così come una famiglia povera di attenzioni e di gentilezza per i più piccini renderà la loro vita più complicata, allo stesso modo città brutte, inquinate, prive di attenzione per i bisogni di chi le abita e per le risorse potenzialmente esprimibili, renderà la vita dei cittadini meno salubre psichicamente e mortificherà la creatività insita in ogni nuova generazione. “Sui luoghi d’origine si forma, per ciascuno, una propria anima loci, l’anima del luogo, fatta dei colori, del clima, dei suoni, delle abitudini, delle tradizioni di ogni particolare famiglia e degli affetti che tessono insieme tutto questo nello scorrere del tempo quotidiano. Nasce l’amore per i miei luoghi.” (pg. 72)

Da questo punto di vista, Aprilia è una città difficile, molto difficile, nata storicamente dall’accostamento improvviso ed improvvisato di tradizioni regionali diverse, spesso nel tempo andate perdute, perché non tramandate o perché incapsulate nell’anima di chi ha “dovuto” lasciare altri luoghi e che, per non troppo soffrire di nostalgia, le ha ben serrate nel cuore. E’ una città ancora troppo giovane perché si possa delineare con chiarezza e manifestare con forza una sua specificità, una sua “anima”.

Il fatto che anche i luoghi abbiano un’anima non è un'idea molto difficile da afferrare: intuitivamente possiamo immaginare l’anima di Roma, di New York, di Firenze o di Lisbona e coglierne le assolute diversità e specificità.

Forse, sarebbe il caso, che anche noi che viviamo questi luoghi, noi che abitiamo un territorio crocevia tra la grande Roma antica e la palude bonificata da Mussolini, tra mare e monti, tra campagna e industria, cominciassimo ad immaginare, a dare forma nelle nostre menti ad un’anima per essi, affinché possiamo cominciare ad esprimerla e manifestarla, a tesserla e costruirla. I luoghi che abitiamo fanno parte di noi e noi di loro, ci danno un’identità e noi la diamo a loro, l’uno si nutre amorevolmente o disastrosamente dell’altro: di bellezza se c’è bellezza, di corruzione se c’è corruzione, di turbogas se c’è una turbogas.

Dice Hillmann nel suo libro “L’anima dei luoghi”: “Come il terapeuta per le anime, l’architetto è colui che cura e custodisce, che intuisce un segreto e lo trattiene, che riconosce una ferita e la fa germogliare, che porta a galla il rimosso e gli ridona la vita: in sostanza è il servitore dell’anima di quel luogo. Il suo compito diventa (…) creare un’apertura immaginativa.” (pg.29). E più avanti: “L’anima del luogo deve essere scoperta allo stesso modo dell’anima di una persona. (…) Il luogo che ha perduto l’anima ha perduto il suo senso di appartenenza.” (pg. 55).  

Cos’è che crea estraneità in un luogo, cosa fa allontanare l’anima da un luogo, cosa fa diventare un luogo un nonluogo come direbbe l’antropologo Marc Augé? “Se un luogo può definirsi identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico, definirà un nonluogo.” (Nonluoghi, 1993).

Come psicoterapeuta potrei dire che ciò che ci allontana da noi stessi, ciò che ci estranea a noi stessi, è la perdita di contatto con ciò che siamo e soprattutto con ciò che sentiamo: è una sorta di anestesia. Comparabilmente, ciò che ci allontana dall’anima di un luogo è questa stessa anestesia, l’essere privi di quella sensibilità che ci fa accorgere di ciò che lo deturpa, lo imbruttisce, lo cementifica, lo turbogasa, lo rende insalubre, scolorito, bucato, rattoppato e mai rispettato.

La responsabilità della bellezza attiene agli esseri umani, perché la bellezza è intrinseca alla natura: a noi la responsabilità di preservarla e di ri-crearla continuamente. La bellezza è nutrimento per l’anima e ne è anche la cura. Fare spazio al bello è fare spazio all’anima.

Nella raccolta di saggi dal titolo “La politica della bellezza” James Hillmann affronta compiutamente il tema del coniugare estetica e politica, bellezza e polis, un’idea che lui stesso definisce azzardata per i nostri tempi, ma che in passato ha connotato magnificamente i più importanti regni: il simbolo della forza e della magnificenza politica di una nazione era la quantità e la qualità di opere d’arte che le appartenevano e di artisti che vi lavoravano. Insomma, la bellezza non dovrebbe essere solo materia degli artisti, ma dovrebbe essere al centro di qualsiasi progetto umano che abbia come scopo il reale benessere degli esseri umani.

Tutto questo per spiegare perché personalmente sono contraria alla costruzione di una centrale turbogas nel territorio in cui vivo. Non solo perché fa estremamente male alla nostra salute. Ma anche perché i bambini che tutti i giorni passano davanti e nutrono i loro occhi di questi mostri di bruttezza si ammalano nell’anima. I loro occhi e i loro polmoni respirano bruttezza. Quale scelta stiamo offrendo loro? Quale possibilità educativa per noi genitori? Noi, madri e padri, dovremo ogni giorno ragionare cos’è il meglio per loro, se farli anestetizzare davanti alla televisione o alla playstation, oppure farli giocare all’aperto e respirare quello che c’è da respirare. Dov’è finita la grammatica della fantasia di Gianni Rodari? Non credo che chi ci governa l’abbia mai letta o ne abbia mai sentito parlare.

C’è però un fatto importantissimo e positivo in tutto questo grigiore. E cioè che di fronte alla possibilità che ad Aprilia si costruisca una centrale turbogas si è creato un movimento di donne e di uomini che, con passione e civiltà, con coraggio e tenacia, si sono organizzati pacificamente per difendere il proprio territorio e la propria salute psico-fisica. Come dice ancora la Liotta: ”Terra, territorio, tradizioni, appartenenza e identificazione si costituiscono in un legame che dimostra la sua forza soprattutto quando viene minacciato”. In questo riunirsi attorno alla minaccia, forse, c’è la possibilità che ad Aprilia possa finalmente germogliare e crescere un seme di bellezza e di appartenenza.

In tutte le manifestazioni organizzate dalla Rete dei Cittadini Contro la Turbogas ho visto giovani e anziani, madri e figli, bambini e adolescenti, tutti venuti da un'altra terra, da un altro passato, marciare insieme per difendere questa nostra terra ed il nostro futuro. Penso questo e intanto canticchio De Andrè: dai diamanti non nasce niente e dal letame nascon le rose…

Forse questo articolo vuole essere, prima ancora che un piccolo tentativo di denuncia, un segno di ringraziamento ad ogni donna e uomo, bambina o bambino, che ha iniziato e sta portando avanti, a suo modo e ognuno nelle sue possibilità, questa grande battaglia di civiltà contro i poteri forti e poco trasparenti.

Sono loro, siamo noi cittadini di Aprilia e dintorni, che voglio ringraziare ed è a loro che voglio regalare la frase di chiusura de Le città invisibili di Calvino: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Laura Vaccaro


 


        Bibliografia

  • Agosti S., Lettere dalla Kirghisia, Rizzoli, 2007.
  • Augè M., Nonluoghi, Elèuthera, 1993.
  • Calvino I., Le città invisibili, Mondatori, 1993.
  • Di Marco M., Valle L. (a cura di), Agricoltura, Etica, Bellezza. Forme del nuovo “Abitare”., Ibis, 2007.
  • Hillman J., L’anima dei luoghi, Rizzoli, 2004.
  • Hillmann J., Politica della bellezza, Moretti & Vitali, 1999.
  • Lorenzetti L. M., Psicologia, Estetica, Narrazione, Franco Angeli, 1997.
  • Liotta E., Su anima e terra. Il valore psichico del luogo. Magi Edizioni, 2005.
  • Rodari G., Grammatica della fantasia, Einaudi, 1973.